“Credo in te”: vent’anni di educazione alla Casa del Fanciullo

Alessandro Tiberi racconta il lavoro quotidiano con i ragazzi del Tandem

Vent’anni trascorsi a fianco di ragazzi che spesso arrivano con le difese alzate, lo sguardo sfidante, la diffidenza come scudo. Alessandro Tiberi, 42 anni, educatore alla Casa del Fanciullo sin dai primi anni della carriera, conosce bene quella facciata: sa che dietro di essa si nasconde quasi sempre qualcosa di più fragile. Sa bene, Alessandro, che dovrà superare ogni barriera e, proprio con i ragazzi più difficili, “quelli che per certi versi preferisco – ammette -, dovrò scavare a lungo e con pazienza, ma alla fine sarò ripagato”. In questa intervista racconta una vocazione nata quasi per caso, metodo fatto di relazione e ascolto, e proprio quelle soddisfazioni che arrivano spesso dopo mesi di apparente silenzio.

Come si è ritrovato a lavorare per la Casa del Fanciullo?

“Avevo da poco conseguito la laurea triennale quando, muovendo i primi passi nel settore, conobbi un ragazzino che vi frequentava la scuola. Il pomeriggio veniva al centro educativo dov’ero impiegato e il passo fu breve: conosciuto il suo educatore CdF di riferimento, mi colpì da subito il modo, l’approccio con cui operava. Poco dopo sostenni un colloquio con l’allora coordinatrice del Tandem Maria Scagnelli, che mi illustrò metodo e filosofia della struttura. Quella visione si sposava perfettamente con quanto stavo ancora studiando e approfondendo. Il senso del lavoro in équipe, la cura per ogni singolo ragazzo, l’ambiente: tutto era in linea col mio modo di pensare e… vedere il mio futuro”.

Di cosa si occupa oggi in CdF?

“La parte più consistente del mio orario è dedicata al Tandem, il nostro centro socio-educativo, dove in questo periodo seguo principalmente i ragazzi delle scuole superiori. Ma nel corso degli anni ho affiancato anche i laboratori nelle scuole del territorio e quelli di pedagogia con gli animali: un’esperienza straordinaria per lavorare su dimensioni relazionali che le parole da sole faticano a raggiungere. Collaboro inoltre a un progetto di reinserimento lavorativo rivolto ad ex detenuti. Si tratta di un’iniziativa promossa dall’UEPE del Ministero della Giustizia in collaborazione con Regione Emilia Romagna, CSV di Piacenza, la cooperativa Strade Blu e il Comune. La Casa vi contribuisce con il proprio know-how educativo, mettendo a disposizione competenze che solitamente applichiamo ai minori ma che si rivelano preziose anche in questo contesto”.

Come si prospettano le pagelle dei ragazzi quest’anno?

“Come sempre il loro impegno scolastico è molto variegato in base al singolo. Alcuni si stanno confermando volenterosi, ci aggiornano sulle verifiche e ci tranquillizzano con i loro progressi. Altri, di contro, un po’ci preoccupano. Del resto, spesso, portano sulle spalle difficoltà che rendono la scuola quasi un lusso rispetto alle urgenze quotidiane della loro vita. Per questo il nostro compito non è sostituirci agli insegnanti, ma lavorare su motivazione e fiducia in sé stessi, due elementi che questi ragazzi spesso non hanno mai sperimentato davvero. Molti di loro condividono con noi il pranzo e, talora, anche la cena, trattenendosi anche per una parte della sera: questo concorre a creare legami autentici e aiutarli a prendere confidenza con noi, aprirsi. L’esercizio quotidiano della relazione è tutto. Dire ‘ce la fai, credo in te!’ può sembrare qualcosa di banale, ma per certi ragazzi è una frase che non hanno mai sentito pronunciare da un adulto. Fa una differenza enorme”.

Quanto pesano le parole nel vostro lavoro?

“Il nostro mestiere è fatto quasi interamente di relazione. Prima ancora di indagare un testo o spiegare un concetto, dobbiamo imparare a ‘leggere’ ogni ragazzo: capire cosa si cela dietro un comportamento oppositivo, una risposta secca, un’assenza prolungata. Bisogna andare oltre la facciata, e questo naturalmente richiede tempo, pazienza e una buona dose di umiltà. Di contro è un lavoro estremamente dinamico, mai uguale a sé stesso: proprio per questo continua ad appassionarmi dopo tanti anni. Uso anche il loro slang, mi avvicino al loro mondo, ma sempre con misura. Esagerare significherebbe infatti perdere credibilità, e senza credibilità non si costruisce la fiducia di cui tutto il resto ha bisogno. L’autorevolezza va guadagnata ogni giorno, non si può imporre”.

Qual è la soddisfazione più grande?

“Paradossalmente i ragazzi che mi danno maggiore soddisfazione sono quelli con le storie più complesse. Con loro può trascorrere un anno intero senza intravedere alcun risultato tangibile e poi, all’improvviso, capisci di aver inciso davvero nella loro vita. È la cosa più bella che questo lavoro possa offrire! Altrettanto preziosi sono i ritorni: ex ragazzi che dopo anni passano a salutare, ti presentano i loro figli, ti cercano per dirti grazie. Sapere di aver rappresentato un punto fermo nelle loro esistenze vale più di qualsiasi altra gratificazione professionale”.

E i volontari, che ruolo hanno?

“Sono figure fondamentali, soprattutto nel pomeriggio, durante i compiti. Più sono, meglio funziona tutto. Vanno guidati, certo, ma anche valorizzati e coinvolti con consapevolezza: hanno i loro limiti come chiunque, ma portano un’energia e una dedizione che arricchisce l’intero ambiente. Tenerli in considerazione, farli sentire parte del progetto, è un investimento che si vede nei risultati quotidiani”.

Che cos’è, in fondo, per lei, la Casa del Fanciullo?

“È davvero una ‘casa’, non solo per i ragazzi, ma anche per chi ci lavora. C’è un senso di appartenenza che attraversa tutti i settori, tutti i ruoli: un clima che non si costruisce per decreto, ma che si coltiva ogni giorno con piccoli gesti, con cura reciproca e la consapevolezza di condividere qualcosa di importante. È una delle forze più grandi della CdF, forse quella meno visibile dall’esterno ma più determinante nell’esperienza quotidiana. E il mio augurio per il futuro è semplice: che questo senso di condivisione e appartenenza non si perda mai, perché è ciò che rende tutto il resto possibile”.

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